Buone pratiche per la sostenibilità aziendale da Euronext
A seguito di Omnibus I, la normativa ESG cambia ancora nel 2026 e la guida Euronext spiega cosa serve davvero: un team interno, una roadmap costruita sulla doppia materialità, una comunicazione efficace con gli investitori
Di Redazione
Buone Pratiche - Pubblicato il 16/09/2026Modifica

Negli ultimi dieci anni la sostenibilità è passata da impegno volontario a componente strutturale del modo in cui i mercati dei capitali valutano la governance d'impresa. Secondo il Sustainability Reporting Guide 2026 pubblicato da Euronext, nel 2026 il dibattito non riguarda più se le aziende debbano integrare i criteri ESG, ma quanto efficacemente questi criteri vengano incorporati nei processi decisionali, nella gestione del rischio e nell'allocazione del capitale.
Il report evidenzia inoltre un dato interessante: nonostante la revisione del pacchetto Omnibus abbia ridotto il perimetro obbligatorio della rendicontazione, l'interesse degli investitori per i dati ESG non è affatto diminuito. Anzi, i flussi verso i fondi sostenibili sono tornati positivi nel primo trimestre 2026, con un rimbalzo trainato soprattutto dall'Europa.
Il nuovo scenario normativo europeo per la sostenibilità aziendale
Chi si occupa di sostenibilità aziendale deve fare i conti con un quadro regolatorio in continua evoluzione. La guida di Euronext ricorda che la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), adottata nel dicembre 2022, aveva un perimetro originario che coinvolgeva oltre 50.000 imprese europee. Su questa base si innesta la Direttiva Omnibus I (UE) 2026/470, in vigore dal 18 marzo 2026, che ha ridisegnato in modo significativo l'impianto della CSRD, dell'ESRS (European Sustainability Reporting Standards) e della Tassonomia UE, con l'obiettivo dichiarato di ridurre l'onere amministrativo mantenendo però i principali obiettivi di policy.
A completare il quadro, nel 2026 l'UE ha rafforzato la propria strategia climatica di lungo periodo con il nuovo Regolamento sull'obiettivo climatico 2040, che fissa un target vincolante di riduzione del 90% delle emissioni di gas serra rispetto ai livelli del 1990.
Un capitolo a parte merita il VSME Standard, lo standard volontario di rendicontazione sostenibile pensato per micro, piccole e medie imprese. Con l'Omnibus I, il VSME è diventato il riferimento per il cosiddetto "value chain cap": le aziende soggette a CSRD possono chiedere ai propri fornitori più piccoli solo le informazioni previste da questo standard, offrendo così uno scudo concreto contro richieste dati sproporzionate.
Nonostante la semplificazione del quadro di riferimento, la necessità di informazioni chiare e affidabili sulla sostenibilità rimane importante per gli investitori e i partner commerciali. Ecco dunque alcune raccomandazioni pratiche per integrare le considerazioni ESG nella strategia aziendale.
Buona pratica 1: costruire una struttura interna dedicata
Una delle indicazioni pratiche del report riguarda l'organizzazione interna. Le aziende dovrebbero dotarsi di un team ESG competente, con il pieno sostegno del top management, e condurre una gap analysis tra la rendicontazione non finanziaria attuale e gli standard richiesti. Coinvolgere figure specializzate, ad esempio professionisti HR per gli aspetti sociali e di diversità, aiuta a distribuire la competenza sui diversi ambiti ESG senza sovraccaricare un'unica funzione.
Buona pratica 2: definire una roadmap fondata sulla doppia materialità
Il passo successivo è svolgere l'analisi di materialità, utile per capire quali temi ESG siano realmente rilevanti per l'organizzazione e i suoi stakeholder. Il report suggerisce di costruire una roadmap che copra temi come governance ed etica di business, condizioni di lavoro, emissioni di gas serra (Scope 1, 2 e 3), analisi del ciclo di vita del prodotto e gestione dei rifiuti, definendo obiettivi specifici, graduali e con una tempistica chiara.
Un esempio concreto arriva dal caso Enel, riportato nella guida: il gruppo ha condotto la propria doppia materialità attraverso oltre 370 iniziative di coinvolgimento di stakeholder — sondaggi, focus group, interviste — per identificare le priorità più sentite, tra cui cambiamento climatico, lavoratori nella catena di fornitura e gestione delle risorse idriche.
Buona pratica 3: comunicare in modo coerente con investitori e mercato
Avere buoni dati non basta se non vengono comunicati bene. Il documento consiglia di analizzare la propria base di investitori per capirne le priorità ESG, integrare la performance non finanziaria con quella finanziaria per mostrarne il legame, organizzare eventi dedicati (webinar, ESG day) e coinvolgere direttamente i vertici aziendali negli incontri con gli investitori, perché la credibilità della strategia di sostenibilità passa anche dalla visibilità del suo commitment ai massimi livelli.
Buona pratica 4: guardare oltre la conformità minima
Le aziende più avanzate non si limitano agli obblighi normativi. Il report cita l'esempio di Veolia, che nel 2024 ha definito una traiettoria net-zero al 2050 allineata all'obiettivo di 1,5°C, validata da SBTi e valutata da Moody's con un punteggio NZ-2, sostenuta da investimenti concreti come 1,6 miliardi di euro destinati all'uscita dal carbone entro il 2030.
Un altro ambito emergente è la rendicontazione sulla biodiversità: sebbene resti volontaria nella maggior parte dei casi, diventa obbligatoria (secondo lo standard ESRS E4) quando il tema risulta materiale per l'impresa soggetta a CSRD. Il framework TNFD, che ha già coinvolto oltre 620 organizzazioni, offre un modello strutturato in quattro pilastri — governance, strategia, gestione del rischio e degli impatti, metriche e obiettivi — utile anche alle aziende che non sono ancora tenute a farlo per legge.





