La sostenibilità resta una priorità per le imprese, ma cambia il modo in cui viene tradotta in decisioni e investimenti. È quanto emerge dal 2026 C-suite Sustainability Report di Deloitte Global, che analizza le strategie e le prospettive dei vertici aziendali in relazione alle questioni ambientali e alla creazione di valore.

Lo studio si basa su un'indagine condotta da KS&R Inc. per conto di Deloitte Global nel maggio e giugno 2026, attraverso interviste a 2.156 dirigenti di vertice in 29 Paesi. Il campione comprende organizzazioni di diversi settori economici e dimensioni, con una presenza significativa di imprese europee, nordamericane, asiatiche, mediorientali, africane e latinoamericane. Alla rilevazione si aggiungono interviste individuali con dirigenti aziendali impegnati nella sostenibilità.

Il quadro restituito dal rapporto evidenzia una trasformazione nell'approccio delle organizzazioni. La sostenibilità continua a essere considerata una priorità, mentre molte aziende cercano di concentrare le risorse su un numero più limitato di iniziative, con obiettivi definiti, risultati verificabili e un collegamento più esplicito con le performance economiche.

Il 78% degli intervistati dichiara che la propria organizzazione ha aumentato gli investimenti in sostenibilità nell'ultimo anno. Inoltre, il 60% ritiene che le iniziative in questo ambito generino un vantaggio competitivo per l'impresa.

Questi risultati suggeriscono che la sostenibilità conserva un ruolo significativo nelle strategie aziendali, anche in una fase caratterizzata da pressioni economiche, incertezze geopolitiche e richieste concorrenti rivolte al management. La questione, per i vertici, è individuare le iniziative capaci di produrre benefici ambientali e organizzativi, mantenendo al tempo stesso una chiara disciplina nell'allocazione del capitale.

Dalla trasformazione del modello di business all'integrazione nei processi

Uno dei cambiamenti più evidenti riguarda il modo in cui le imprese definiscono il proprio approccio alla sostenibilità.

Nel 2026, il 47% dei dirigenti intervistati afferma che le considerazioni di sostenibilità sono integrate nelle diverse funzioni aziendali. Un ulteriore 30% dichiara di concentrarsi principalmente su miglioramenti incrementali dei processi e delle attività operative.

Soltanto il 18% descrive l'approccio della propria organizzazione come una trasformazione del modello di business finalizzata ad affrontare le questioni di sostenibilità. Nel 2025, questa percentuale raggiungeva il 40%. Il 5% degli intervistati indica invece che gli sforzi aziendali sono orientati soprattutto al rispetto dei requisiti normativi, contro il 6% dell'anno precedente.

La variazione segnala una diversa distribuzione delle priorità: meno organizzazioni dichiarano di perseguire una trasformazione complessiva del modello di business, mentre cresce il peso dell'integrazione della sostenibilità nelle attività quotidiane.

L'approccio operativo non implica necessariamente una riduzione dell'ambizione. Può indicare, piuttosto, la volontà di consolidare le iniziative esistenti, migliorare l'efficienza e rendere la sostenibilità parte integrante dei processi decisionali.

La sostenibilità non può essere infatti gestita come un'agenda separata dall'attività d'impresa. Deve essere incorporata nel business e considerata anche in relazione alla resilienza dell'organizzazione. La sfida per il management consiste quindi nel superare una visione circoscritta alla rendicontazione o alla mitigazione dei rischi, collegando le politiche ambientali alle decisioni operative, agli investimenti e alle prospettive di sviluppo.

Investimenti in sostenibilità, il ritorno economico orienta le decisioni

La maggiore attenzione ai risultati emerge anche dai dati relativi al ritorno sugli investimenti. Secondo il rapporto Deloitte, il 77% dei dirigenti ritiene che gli investimenti in sostenibilità generino un ritorno economico superiore a quello di altri investimenti aziendali.

Nel dettaglio, il 23% dichiara di ottenere un ritorno significativamente maggiore, mentre il 54% segnala un rendimento moderatamente superiore. Il 20% valuta il ritorno come sostanzialmente equivalente a quello degli altri investimenti. Soltanto una quota marginale segnala risultati inferiori.

Il rapporto evidenzia inoltre che il 51% dei dirigenti considera i benefici finanziari, nel breve o nel lungo periodo, il fattore principale nelle decisioni relative agli investimenti in sostenibilità.

Il 26% attribuisce la priorità ai benefici economici attesi nei successivi dodici mesi, mentre il 25% guarda soprattutto ai risultati finanziari nell'arco di uno-cinque anni. Un altro 26% indica come criterio principale il contributo agli obiettivi di sostenibilità e ai risultati ambientali; il 23% privilegia invece gli effetti indiretti o intangibili.

La distribuzione delle risposte mostra che le valutazioni aziendali non si esauriscono nel ritorno finanziario immediato. I benefici ambientali, reputazionali e organizzativi continuano a incidere sulle decisioni, sebbene debbano confrontarsi con esigenze di misurabilità e rendicontazione dei risultati.

Questa impostazione richiede attenzione nella scelta degli indicatori. Non tutti i benefici, infatti, possono essere convertiti immediatamente in valori monetari. Il rafforzamento della fiducia dei clienti, il miglioramento della capacità di innovazione o una maggiore preparazione ai rischi climatici possono produrre effetti significativi senza tradursi in un ritorno economico facilmente quantificabile nel breve termine.

Per questo, la valutazione degli investimenti dovrebbe considerare sia i risultati direttamente misurabili sia quelli di natura più indiretta, evitando di privilegiare automaticamente le iniziative il cui valore risulta più semplice da contabilizzare.

Meno iniziative, maggiore attenzione alla qualità dei risultati

La disciplina finanziaria si riflette nel numero di iniziative intraprese dalle imprese. Nel 2026, i dirigenti dichiarano di portare avanti in media 3,4 iniziative di sostenibilità sulle dodici considerate dall'indagine, rispetto alle 5 del 2025.

Quasi il 60% degli intervistati riferisce di aver intrapreso esattamente tre iniziative, mentre soltanto il 14% ne indica cinque o più.

Il dato suggerisce una concentrazione delle risorse su un numero inferiore di interventi. In un quadro caratterizzato da esigenze operative concorrenti, la selezione delle priorità diventa una componente essenziale della gestione della sostenibilità.

Tra gli ostacoli più frequentemente citati figurano la competizione per il tempo, le risorse e il capitale, indicata dal 21% degli intervistati; la mancanza di soluzioni sostenibili o l'insufficiente disponibilità di input più sostenibili, segnalata dal 20%; e le difficoltà nella misurazione degli impatti ambientali, anch'esse indicate dal 20%.

Il 19% menziona la necessità di concentrarsi sulle sfide aziendali di breve periodo e sulle richieste di investitori e azionisti. Il 18% segnala inoltre l'instabilità o l'insufficienza dei requisiti normativi e di rendicontazione, mentre un'analoga percentuale teme che assumere una posizione su determinate questioni possa allontanare una parte dei clienti o dei dipendenti.

Questi vincoli aiutano a spiegare perché le imprese tendano a privilegiare iniziative con obiettivi definiti e risultati verificabili. Tuttavia, una selezione troppo orientata al breve termine può comportare il rischio di trascurare investimenti con un potenziale significativo, ma caratterizzati da tempi di ritorno più lunghi o da benefici difficili da quantificare.

Il rapporto invita quindi a mantenere un equilibrio tra disciplina nell'impiego delle risorse e capacità di guardare oltre le esigenze immediate. La sostenibilità può produrre risultati attraverso l'efficienza, ma anche mediante l'innovazione di prodotto, il rafforzamento delle filiere, la gestione dei rischi e lo sviluppo di nuove competenze.

Tecnologia e intelligenza artificiale al servizio degli obiettivi ambientali

La tecnologia si conferma uno dei principali strumenti per tradurre le strategie di sostenibilità in attività concrete. Nel 2026, il 32% delle organizzazioni dichiara di aver implementato soluzioni tecnologiche per raggiungere gli obiettivi di sostenibilità, rispetto al 46% del 2025.

La stessa quota, pari al 32%, riferisce di monitorare e analizzare le metriche ambientali, contro il 44% dell'anno precedente. Il 31% ha riconfigurato operazioni, infrastrutture o catene di fornitura per aumentare la resilienza agli eventi meteorologici estremi, rispetto al 38% del 2025.

Anche altre iniziative registrano una riduzione rispetto all'anno precedente. Il 30% richiede ai fornitori e ai partner commerciali il rispetto di criteri specifici di sostenibilità, mentre un'analoga percentuale dichiara di investire nello sviluppo di competenze dedicate. La riduzione delle emissioni operative attraverso l'efficienza e lo sviluppo di nuovi prodotti o servizi sostenibili sono indicati, in entrambi i casi, dal 29% degli intervistati.

Questi dati vanno letti insieme alla diminuzione complessiva del numero medio di iniziative. Non dimostrano, da soli, un arretramento degli investimenti tecnologici, ma confermano una maggiore selettività nelle attività dichiarate dalle imprese.

La tecnologia viene utilizzata per monitorare i dati ambientali, controllare le performance della catena di fornitura, gestire i rischi, supportare la rendicontazione esterna e migliorare l'efficienza dei processi.

Tra le applicazioni considerate, il 49% degli intervistati segnala il monitoraggio interno dei dati e delle performance di sostenibilità. Il 48% indica il controllo delle prestazioni ambientali della filiera, il 47% la gestione o mitigazione dei rischi e il 46% la rendicontazione esterna dei dati di sostenibilità.

L'intelligenza artificiale amplia ulteriormente le possibilità di analisi. Secondo il rapporto, il 42% degli intervistati dichiara di utilizzare l'IA generativa per iniziative di sostenibilità e una quota equivalente riferisce di utilizzare agenti di intelligenza artificiale.

L'adozione, tuttavia, non coincide ancora con una piena maturità operativa. Il 49% delle organizzazioni colloca le applicazioni di IA per la sostenibilità in programmi pilota mirati; il 20% è ancora nella fase di sperimentazione senza aver raggiunto una diffusione su scala. Soltanto il 29% dichiara che l'IA è integrata su larga scala in più casi d'uso relativi alla sostenibilità. Il 2% segnala un utilizzo limitato a iniziative individuali occasionali.

Tra i principali ostacoli figurano la disponibilità e la qualità dei dati, indicate come la barriera più rilevante dal 20% degli intervistati; le questioni di governance e rischio e le difficoltà di integrazione con i sistemi esistenti, entrambe al 17%; la disponibilità di finanziamenti e la definizione delle priorità, al 16%; e l'incertezza sul ritorno economico, al 15%.

La qualità dei dati emerge quindi come una condizione fondamentale per rendere affidabili le applicazioni di IA. Senza informazioni coerenti, sistemi integrati e regole di governance definite, diventa più difficile utilizzare questi strumenti per orientare le decisioni, valutare i rischi e misurare i risultati ambientali.

Resilienza climatica e catene di fornitura tra le priorità

La gestione dei rischi fisici legati al clima assume un peso crescente nelle strategie aziendali. Il 63% degli intervistati dichiara che gli effetti operativi dei disastri meteorologici e degli eventi climatici estremi incidono già sull'organizzazione.

Inoltre, il 70% prevede che gli effetti del cambiamento climatico avranno un impatto elevato o molto elevato sulla strategia e sulle attività operative della propria azienda nei prossimi tre anni.

Le preoccupazioni riguardano soprattutto le interruzioni delle catene di fornitura, i danni alle infrastrutture, la disponibilità delle risorse e l'aumento dei costi assicurativi ed energetici.

Guardando ai prossimi tre-cinque anni, il 19% dei dirigenti identifica nelle interruzioni della filiera dovute a eventi meteorologici estremi il principale rischio fisico connesso alla sostenibilità. Il 16% indica i danni o i tempi di inattività di impianti e infrastrutture; il 15% segnala la scarsità o l'aumento del costo degli input. Seguono i maggiori costi assicurativi o l'impossibilità di assicurarsi, indicati dal 14%, e le interruzioni dell'approvvigionamento energetico, al 13%.

Il rapporto evidenzia una distanza tra la percezione della preparazione aziendale e il livello di integrazione dei rischi nei processi decisionali. Sebbene almeno il 75% degli intervistati si ritenga molto o abbastanza preparato ad affrontare diverse tipologie di rischi fisici legati alla sostenibilità, soltanto il 32% dichiara che questi rischi sono pienamente integrati e regolarmente modellizzati nei processi di gestione del rischio d'impresa.

Il 55% riferisce un'integrazione parziale in specifiche categorie di rischio. Il 12% dichiara che i rischi vengono considerati informalmente, senza essere modellizzati in modo sistematico, mentre l'1% li tratta separatamente dai rischi aziendali principali.

La resilienza richiede pertanto un passaggio dalla consapevolezza all'organizzazione operativa. Individuare le esposizioni climatiche, valutare la vulnerabilità degli asset e dei fornitori, definire responsabilità e soglie di intervento e integrare i rischi nella pianificazione degli investimenti sono attività che possono contribuire a ridurre l'esposizione dell'impresa.

La visibilità sulla filiera rimane un altro punto da affrontare. Il rapporto segnala che quasi la metà dei rispondenti non dispone di informazioni sulle performance ambientali dei fornitori che vadano oltre i partner commerciali diretti. La capacità di conoscere i rischi lungo la catena di fornitura rappresenta quindi una condizione importante per rafforzare la continuità operativa e la gestione degli impatti.

Vantaggi economici, reputazione e governance

Il valore della sostenibilità si manifesta attraverso una pluralità di risultati. Le risposte raccolte da Deloitte indicano effetti positivi sulla generazione dei ricavi, sulla riduzione dei costi, sulla gestione dei rischi, sulla reputazione del marchio e sulla conformità normativa e la governance.

Più di sette dirigenti su dieci valutano positivamente almeno quattro delle cinque dimensioni considerate nell'indagine. Circa la metà attribuisce un giudizio positivo a tutte e cinque.

Questa distribuzione conferma che i benefici non sono necessariamente riconducibili a un unico indicatore finanziario. Le iniziative possono migliorare l'efficienza operativa, contribuire alla protezione dei ricavi, rafforzare la fiducia degli stakeholder e sostenere la capacità dell'impresa di affrontare eventi avversi.

L'attenzione alla governance emerge anche dalla necessità di assegnare responsabilità chiare alle iniziative e di collegare gli obiettivi ai processi decisionali. Nel 2026, il 25% delle aziende dichiara di collegare la remunerazione dei dirigenti ai risultati di sostenibilità, contro il 36% del 2025.

Anche in questo caso, la riduzione si inserisce nella contrazione generale delle iniziative dichiarate. Il dato richiama comunque l'importanza di comprendere come gli obiettivi ambientali e sociali siano integrati nei sistemi di incentivazione e nelle responsabilità del management.

Una gestione efficace richiede che le iniziative dispongano di un responsabile, di obiettivi misurabili e di risorse coerenti con i risultati attesi. Le azioni prive di una finalità definita o di un presidio organizzativo possono infatti trasformarsi in attività isolate, difficili da valutare e da mantenere nel tempo.